A cura di Rosa Roselli

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Chaim Soutine 



C. Soutine, Donna in rosso, 1923


Chaime Soutine (Smilovitchi, Lituania, 1893 – Parigi 1943) studia alla scuola del paese, ma con scarsi risultati. Nel 1907 è a Minsk, dove stringe amicizia con il pittore Michel Kikoine; nel 1910 si iscrive all’Accademia, a Vilna, con poco successo. Soutine ha una vita difficile: nasce in una famiglia povera, da genitori ebrei, non riesce ad uscire dalla miseria che lo circonda ed è costretto a mendicare, nonostante il suo carattere scontroso. In questo momento gli è di sostegno il pittore Pinchus Krémègue che gli sarà amico per molti anni. Con Kikoine e Krèmègue  giunge, nel 1913, a Parigi. Sono tre artisti poveri, ma affascinati dall’arte che come una serena li seduce. Tra loro non c’è omogeneità e non c’è un pensiero filosofico che li unisca.

“Soutine era estraneo ai giochi di Man Ray o di Marcel Duchamp, sa bene che il baccano della macchina, l’orgoglio dell’intelletto e il suono di ogni parola alla fine non portano a nulla, sono un gioco vano se non ricevono lo slancio vitale, il soffio che proviene dall’anima e che ne incarna da sempre, il mistico archetipo” (Francesco Porzio). Essi, molto semplicemente, dipingono a modo loro, in maniera spesso selvaggia e dissonante dalle prime avanguardie storiche, ma modernissima.

A Parigi Soutine frequenta il Louvre, dove ammira Rembrandt e Courbet; conosce Chagall e Modigliani, suo amico ed estimatore, che gli presenta il mercante delle avanguardie e poeta Zborowsky che lo induce a soggiornare prima a Céret e poi  a Cagnes, dove Soutine scopre il paesaggio, fonte per lui di emozioni  angosciose, ma anche di scatti poetici. L’artista, benché vada assimilando le novità della cultura francese, non aderisce a nessuna corrente: rimane chiuso nel suo esasperante individualismo. La realtà, intesa nella sua pittura come dimensione atemporale, è sempre e solo un tragico riflesso di una visione interiore, per questo Soutine mostra affinità con pittori come El Greco, Munch, Ensor, Nolde, Kokoschka e gli espressionisti. A partire dal 1922 inizia a dipingere animali sanguinosi e carcasse (Il bue scuoiato, 1925 – Il gallo morto, 1926), quindi dà vita alla serie dei pasticcieri, dei valletti, dei chierichetti, raffigurati con verismo psicologico (Il chierichetto, 1928. Louvre). Nel frattempo Soutine conosce il collezionista americano Barnes che acquista un centinaio di suoi quadri, facendo così convergere l’attenzione su di lui.  Per Soutine è un punto d’arrivo importante, il successo è garantito, per cui dovrebbe essere finalmente tranquillo; invece la sua natura inquieta e tormentata lo porta a viaggiare molto e l’approfondimento della sua ricerca esistenziale e formale fa sì che il pittore alterni momenti di produttività con altri sterili.



C. Soutine, Chierichetto, 1927


La pittura di Soutine, che ha influenzato certi espressionisti austriaci e la scuola simbolico-espressionistica romana, è di grande forza e a conferma vi sono certi impasti di colori oppure i rossi e i bianchi dalle infinite sfumature.

“Bianchi purissimi, onnivori, iridescenti. Nessuno ha mai dipinto dei bianchi più puri e più contaminati dal colore…soltanto l’ombra interna della manica del “chierichetto” della collezione Guillaume-Walher contiene almeno tre qualità di verde; ogni pennello è pronto ad accogliere il più sottile discrimine tonale” (F. Porzio). La furia pittorica giovanile è poi temperata dalla maturità e da una solida posizione. Tuttavia la sua malinconia, da intendersi come una specie di compassione per tutto ciò che è vivo e soffre, continua a tormentarlo e a scatenare in lui e nella sua pittura un delirio fremente.

La vita di Soutine sembra essere stata scritta già tutta fin dalla nascita, anche la morte precoce, non ancora cinquantenne, in una Parigi lacerata dai conflitti razziali e dalla seconda guerra mondiale. Soutine, ebreo, non fugge e vive a Civry, presso Auxerre, con Gerda Groth, ebrea tedesca riparata in Francia (Gerda sarà poi internata in un campo di concentramento). Nel 1941 l’artista vive a Champigny-sur-Veuldre con Marie Berte Aurenche, con la quale trascorre gli ultimi anni della sua vita. Nel 1943, Soutine, operato per un’ulcera perforante, muore consegnandosi ancor giovane ai miti dell’arte del Novecento europeo. Nel dopoguerra la sua pittura irrequieta e dolorosa viene ereditata da Bacon, Fautrier, De Kooning, Appel e Varlin.



C. Soutine, La scala rossa (Cagnes), 1920


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